E' una strana crisi idrica, a macchia di leopardo, quella che si
riscontra nel varesotto: dove alcuni comuni, per altro spesso non
affiancati l'un l'atro come si potrebbe pensare, sono a secco da
giorni. Se Daverio infatti va avanti a botti, la vicina Castronno
non ha ancora problemi. se Viggiù è rifornita coi camion la non
lontana Malnate, dopo un anno da incubo l'anno scorso, dice che
quest'estate è iniziata bene. La stessa Varese è in condizione
schizofrenica: chi vi parla, residente a Giubiano, zona medio bassa
(nel senso dell'altitudine) della città, della crisi idrica manco si è
accorta. Lo stesso non possono dire però gli abitanti delle più alte
zone della città: Rasa, Fogliaro o Montello, dove sembrerebbe che a
mancare siano più le pompe che l'acqua stessa. Per non parlare di
Brebbia, dove l'acqua scarseggia da giorni ma continua a funzionare
l'acqua park.
Considerato come la provincia non sia per natura secca (a dirlo
basterebbe il verde delle colline intorno) che la primavera è stata
quasi fredda e non ha indotto nè a doccie nè a bagni in piscina e il
termometro è salito a 30 gradi da pochi giorni, l'idea che il
varesotto sia tra i più colpiti dall'emergenza idrica fa pensare,
aldilà del caldo estivo che a giugno è ampiamente prevedibile.
Chissà se per spiegare questa situazione basta dire che la falda degli
acquedotti locali si è abbassata di 6 metri in 10 anni: anche perchè
quest'ultimo dato non può proprio considerarsi "improvvisa calamità
naturale" come il termine emergenza può fare pensare.
Ero lì, convinta di fare la solita assemblea dell'Unione industriali di Varese, quella in cui per l'unica volta all'anno (manco a Natale, lo faccio...) mi metto a pensare il giorno prima al vestito che concili comodità con un aspetto un po' elegante, che di solito non ho e che di solito tutti hanno. Quella della relazione, della parata di celebrità economiche e politiche della zona e oltre, dei commenti degli intervenuti. E poi è successo qualcosa di davvero informale, inaspettato per l'à plomb dei varesini. E ci siamo ritrovati tutti catapultati nei tiggì. Ma non è vero che Epifani è stato fischiato, anche se è vero che non era normale la reazione degli imprenditori alle sue parole. E non è vero che se n'è andato.
Bon, il mio mestiere l'ho fatto: il pezzo per il radiogiornale nazionale di radio Popolare delle 19.30 (questo: "Ci ha provato, il presidente di Confindustria Montezemolo, a minimizzare: ma oramai il caso aveva già fatto il giro d'Italia. Guglielmo Epifani è stato contestato dagli industriali varesini nel corso della loro assemblea annuale fino a convincerlo a non proseguire nel discorso, quando ha citato il senso del dovere del sindacato e gli sforzi fatti da esso nel dopoguerra per salvare le imprese. E sì che all'assemblea generale di Univa, una delle 5 più grandi espressioni confindustriali d'italia, il segretario generale aveva esordito con una frase a effetto: cioè che precarietà e flessibilità non erano sinonimi e che la flessibilità era una parola importante per lo sviluppo dell'impresa. Ma le sue parole distensive hanno subito cozzato contro la realtà: quella di una realtà industriale che ha perso di nuovo il senso della concertazione dopo 5 anni di stop. E se il punto della nuova partenza è questo, il dialogo tra imprese e sindacato deve ricominciare dall'abc della comunicazione: la fiducia reciproca")
E poi ho scritto su Varesenews quel che è successo dopo.