Per ora la cronaca. Poi c'ho da dire qualcosa.
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E' morto a Brebbia, nel varesotto, nella notte tra domenica e lunedì, Antonio Trotta, l'italiano in coma da due anni in Svizzera dove viveva e lavorava.
Le scelte riguardo alle cure erano contese tra la moglie, residente in Canton Ticino dove avevano giè escluso per lui "l'accanimento terapeutico" cioè le cure intensive in caso di ulteriori aggravamenti, e la famiglia di lui, che l'aveva riportato in Italia per affidatrlo alle cure dei medici "specializzati in risvegli".
Ha tolto il disturbo nel bel mezzo del tira e molla procedurale, pochi giorni dopo una perizia italiana che rimetteva al centro la palla, divisa tra il tutore svizzero eletto dalla moglie e i perplessi consigli dell'autorità giudiziaria italiana: nella sua breve vita pubblica, ha reinnescato il dibattito sulla necessità di staccare la spina o combattere a tutti i costi per la vita. Ma il suo caso, per come si è sviluppato, avrebbe potuto sollevare ancora di più la questione su chi può decidere della vita di un uomo che non è più capace di intendere e volere, e se gli è più vicino una moglie in odore di separazione, o dei genitori arrabbiati con la moglie. Una questione difficile che Antonio, per ora, ha risolto così: morendo prima di dividere definitivamente le due famiglie.
da Varese Stefania Radman