Ero lì, convinta di fare la solita assemblea dell'Unione industriali di Varese, quella in cui per l'unica volta all'anno (manco a Natale, lo faccio...) mi metto a pensare il giorno prima al vestito che concili comodità con un aspetto un po' elegante, che di solito non ho e che di solito tutti hanno. Quella della relazione, della parata di celebrità economiche e politiche della zona e oltre, dei commenti degli intervenuti. E poi è successo qualcosa di davvero informale, inaspettato per l'à plomb dei varesini. E ci siamo ritrovati tutti catapultati nei tiggì. Ma non è vero che Epifani è stato fischiato, anche se è vero che non era normale la reazione degli imprenditori alle sue parole. E non è vero che se n'è andato.
Bon, il mio mestiere l'ho fatto: il pezzo per il radiogiornale nazionale di radio Popolare delle 19.30 (questo: "Ci ha provato, il presidente di Confindustria Montezemolo, a minimizzare: ma oramai il caso aveva già fatto il giro d'Italia. Guglielmo Epifani è stato contestato dagli industriali varesini nel corso della loro assemblea annuale fino a convincerlo a non proseguire nel discorso, quando ha citato il senso del dovere del sindacato e gli sforzi fatti da esso nel dopoguerra per salvare le imprese. E sì che all'assemblea generale di Univa, una delle 5 più grandi espressioni confindustriali d'italia, il segretario generale aveva esordito con una frase a effetto: cioè che precarietà e flessibilità non erano sinonimi e che la flessibilità era una parola importante per lo sviluppo dell'impresa. Ma le sue parole distensive hanno subito cozzato contro la realtà: quella di una realtà industriale che ha perso di nuovo il senso della concertazione dopo 5 anni di stop. E se il punto della nuova partenza è questo, il dialogo tra imprese e sindacato deve ricominciare dall'abc della comunicazione: la fiducia reciproca")
E poi ho scritto su Varesenews quel che è successo dopo.