L'album delle figu

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10/02/2008

Ma ricordo di chi?

Memoria e ricordo in questa nazione a più di sessant'anni di distanza dalla fine della seconda guerra mondiale sono ancora tra le parole più difficili da pronunciare. A provarlo, le vicende che hanno sospeso l'incontro a cui era stato invitato a partecipare per illustrare il giorno del ricordo l'ex senatore di AN Piero Pellicini, in un istituto tecnico di Luino. La competenza di Pellicini – Luinese, nessun parente giuliano dalmata – sull'argomento gli derivava dal fatto che era stato lui a presentare all'epoca la proposta di legge, poi approvata, che istituiva questa giornata: e chissà come mai, francamente, fu proprio lui a presentarla. Contro la sua partecipazione 14 professori hanno firmato un appello che spiegava come  «Il senatore non sia adatto a parlare del Giorno del ricordo perchè rappresentante di un partito che viene storicamente dal fascismo». Un appello che ha fermato quell'incontro.
Ma che cos'è la giornata del ricordo, e chi ne può parlare? è un ricordo vero o gonfiato? una punizione di fascisti o un esodo di connazionali? a dire il vero, il timore è che questo non importi più di tanto. ora c'è solo da votare, e in questo momento l'unica cosa che si sa è che pellicini era un ex senatore, tra poco ci sono le elezioni e c'è da scommetterci che tutto questo bailamme lo riportera tra i candidati.
Il che significa che, almeno a lui, la giornata del ricordo è servita a qualcosa.
da Varese Stefania Radman

(Coraggiosi: sembra che lo manderanno in onda per davvero domattina alle 7 e 05... anche se, ovviamente, io da figlia di profugo giuliano non posso che avere una posizione critica - a dire il vero nei confronti di tutti gli italiani, sulle "dimenticanze" e sulle continue strumentalizzazioni di una storia che non è certo quella della deportazione ebrea, ma non è nemmeno una roba da niente)
postato da: LaRadman | link | commenti
categorie: foibe, radiopop, giuliano dalmati
11/02/2007

Un piccolo Grande Giorno, per me (e perdonate la lenzuolata)

Leggo le parole di Napolitano nel giorno del ricordo e finalmente tiro, dopo 42 anni, un sospiro di sollievo, e ringrazio lui e Dio che le abbia dette, da presidente della Repubblica e perciò di tutti gli italiani, un uomo che ha militato nel Partito Comunista.
Io, donna cattolica che vota a sinistra, ho sempre vissuto con lacerazione e imbarazzo il cocciuto silenzio sulle vicende dei profughi giuliano-dalmati: perchè sono figlia di uno di loro, che nel 1947 adolescente ha dovuto venire via da Fiume (importante città portuale che ora si chiama Rijeka, austroungarica di storia e italiana di lingua) a causa delle decisioni prese dai governi coinvolti alla fine della seconda guerra mondiale.
L'accordo di allora prevedeva, a dire il vero, una scelta: rimanere nelle proprie terre, che sarebbero però diventate politicamente una dittatura comunista slava, oppure andarsene in un'altra parte d'Italia.
E la maggior parte degli italiani di là, vissuta in una delle terre più aperte e liberali d'Europa (grazie all'Impero Austro Ungarico più che al regime ventennale d'Italia, che loro guardavano al'incirca come un'operetta) ha ovviamente scelto per la democrazia, pur rinunciando alle tante cose - e magari ai parenti - che lasciava là: innanzitutto una tradizione e una cultura irripetibili.
Il risultato fu una dimenticanza totale dello Stato che aveva firmato quel patto e alla cui nazionalità quelle persone appartenevano (mio padre, nato nel 1930, ha sempre avuto passaporto italiano, ed è sempre stato trattato come uno straniero) che ammassò trecentocinquantamila italiani d'Istria e Dalmazia per qualche mese in campi profughi e poi disse loro "arrangiatevi".
La sfortuna di queste persone
fu che erano davvero gente brillante, e si ricostruirono senza bisogno dell'approvazione altrui una vita tra i “regnicoli” (cioè gli italiani della penisola, che per loro avevano come storia il regno d'Italia e non l'Impero Austrungarico): dove trovate nomi strani, magari un po' slavi, nella cultura e nella creatività italiana sappiate che c'è un profugo giuliano, o un loro figlio. Senza necessariamente scomodare il solito Ottavio Missoni, “sindaco” esule di Zara, solo uno – ma emblematico - dei tantissimi.
L'imbarazzo mio, che la vita degli istriani d'Italia non l'avevo mai vissuta se non nelle nostalgie del padre, è soprattutto politico: perchè per tanti anni, soprattutto negli anni 70 e 80, quando mi chiedevano il motivo del mio nome “poco italiano” e io rispondevo di essere figlia di un profugo giuliano, c'era quasi sempre un momento di gelo.  Infatti nell'immaginario di chi faceva le assemblee studentesche al liceo dove andavo, o in quello delle persone che incontravo in posti anche solo vagamente di sinistra per cui cercavo di simpatizzare io ero, per quel solo motivo, da sospettare come possibile “fascista” o almeno almeno figlia di un fascista.
Per loro chi non aveva scelto la dittatura jugoslava di Tito (e sai che affare si era perso...) non poteva che essere uno che “aveva sbagliato”, uno che lì non poteva stare. Così si ragionava. Ed era inutile spiegare che valori democratici, laici, liberali e libertari avessi, prevalentemente ereditati proprio da mio padre.
Che poi la maggior parte dei profughi giuliani finisse per votare a destra, magari addirittura Msi (cosa peraltro meno praticata tra i profughi di quel che si pensi), io lo trovavo quasi ragionevole: per anni fu l'unico partito a tentare di prendere in considerazione le loro esigenze, magari per motivi dannunziani o solo per fomentare un peraltro comprensibile risentimento.
E io vissi sempre questa cosa come una dolorosa stupidità da parte degli altri partiti più “democratici”, che ignoravano testardamente un problema che esisteva ed era italiano e che vedeva persone di tutte le opinioni politiche dover fare riferimento solo ai parlamentari di Almirante.
E' da qui che ho cominciato a provare fastidio per ogni forma di ideologia che passava sopra alla mia vita e ai miei pensieri, in forza di una stupida ed offensiva categorizzazione. Ed è da qui che ho sviluppato anticorpi bipartisan, diffidando in egual modo della destra e della sinistra, quando facevano proclami che passavano sopra la testa delle persone.
Non ho mai perso il mio senso civico, che peraltro mi è stato tramandato da mio padre e dalla sua robusta tradizione austroungarica sull'argomento. Ma da allora valuto innanzitutto il grado di conoscenza  e di profondità dell'analisi di chi fa le proposte politiche, scegliendo poi quella che più si addice al mio kit di valori.
Alla fine, ho scelto sempre di votare formazioni che in maniera diversa facevano parte del centro sinistra. Ma in nome di questo credo di essermi meritata anche la stima e la fiducia di chi opera a destra: perchè se c'è una persona perbene, che da politico pensa qualcosa di efficace per i suoi cittadini, da qualunque parte arrivi a me piace, e non rinuncio a dirlo. Come non rinuncio a incazzarmi quando vedo della stupida e ignorante ideologia, da qualunque parte arrivi.
E ancora ora ne vedo troppa dalla parte che voto.
«La storia va ricostruita nel suo complesso, senza dimenticare gli eccidi fascisti nei villaggi balcanici», dice, nello stesso giorno del lucido discorso di Napolitano – che per la cronaca ha un'età sufficiente per ricordare le cose, e non per interpretarle storicamente -  il senatore Prc Russo Spena, con una affermazione tanto tuttologica da non dire niente e nello stesso tempo abbastanza ideologica da farmi stare ancora male.
Mi auguro però che il senatore non abbia confuso i Balcani con l'Adriatico, mettendo in uno stesso calderone il discorso tragico degli odi razziali che hanno infarcito la seconda guerra mondiale e di cui si parla da 60 anni,  con un dramma tutto nostro, quello dell'esodo di un numero di italiani pari a quello di molte delle nostre province, ignorato dal suo Paese per una generazione intera solo perchè chi ha deciso per loro si vergognava di ciò che aveva loro imposto. Perchè capisca e ricordi, consiglio a lui, e a tutti, l'articolo di Claudio Magris - che, guarda un po', è di quelle terre.

(Per la cronaca: le Foibe, sono esistite. A sentire mio padre, succedeva come in Argentina: a un certo punto uno spariva. E dopo un po' tra la gente si veniva a sapere che quello lì “Era stato infoibato”. Se lo dicevano, tra loro, in italiano: perchè lì c'erano degli italiani, di lingua italiana, che la Storia ha cancellato tracciando una bella croce su quella cartina che avrebbe rimesso a posto gli equilibri internazionali alla fine della seconda guerra mondiale, in attesa di vivere decenni di guerra fredda)